venerdì 16 novembre 2007

La rovesciata di Parola





Tanto per spezzare un po' l'elenco di demoni, fantasmi e morti ammazzati.


Carlo Parola. Il nome ai più non dice niente, forse, ma lo conosciamo tutti come una delle icone più belle della nostra infanzia: la rovesciata delle figurine Panini, il gesto tecnico più bello del calcio reso immortale da decenni di figurine. Pensavo a lui quella mattina, una grigia mattina di dicembre in cui tutto faresti tranne che uscire dal letto alle 8:00 per andare a giocare a pallone. Invece io andavo proprio al campo sportivo, e camminando – troppo freddo per il motorino – pensavo a Parola che spazzava la sua area in rovesciata e immaginavo un gol così, anche solo per sapere cosa si prova. La partita valeva tutta la stagione: derby della categoria allievi contro quelli del paesino sull’altro lato del fiume. Vincendo ci saremmo trovati primi in classifica, ma non ce ne fregava poi molto, l’importante era vincere il derby, il resto veniva dopo. E invece la partita fu una delle più squallide dell’intero torneo, di quelle che quando l’arbitro fischia la fine è un sollievo per tutti. La palla rotolava ormai verso la linea di fondo e verso il triplice fischio che avrebbe sancito quell’ignobile 0-0. Il terzino avversario l’aveva ormai battezzata fuori. Ma non conosceva Ivano. Lui, Ivano, non era uno qualunque. Scarpone come ne ho visti pochi, ma credeva all’impossibile. Quella volta scattò come se qualcuno gli avesse infilato un intero mazzo di peperoncini dove non batte il sole, lasciò basito l’improvvido terzino impegnato in un goffo tentativo di protezione della palla e svirgolò al centro un cross improbabile come la Pasqua di Maggio. Vidi il pallone impennarsi in una traiettoria che sfidava tutte le leggi della fisica e, forse ammirato da ciò, decisi di fare altrettanto. Il mio corpo elastico di sedicenne si produsse in una serie di movimenti in contemporanea: torsione, salto e “bicicletta” e collo piede sinistro a incocciare in pieno il pallone, che finì la sua corsa sotto il “sette” del palo più lontano. Fu silenzio, e poi un boato di ammirazione. In campo i miei compagni correvano ad abbracciarmi e a portarmi in trionfo. In tutto ciò io esultavo smadonnando perché il campo di terra e pietre del paesello aveva deciso di lasciare sulla mia chiappa destra il ricordo di un gol capolavoro. Il gol che valeva la partita dell’anno, realizzato con un gesto immortale, di quelli che se ti riescono davanti a una telecamera sei un fenomeno. Manco a dirlo, le telecamere al nostro campo sportivo non si erano mai viste, però ancora adesso al bar ho sempre il caffè pagato, e quando passo la gente si dà di gomito e dice “Guarda! Arriva quello delle figurine Panini”.

6 commenti:

IL GABBRIO ha detto...

Mi è piaciuto moltissimo, non so nulla di calcio, ma il coraggio e le gesta eroiche dei piccoli sconosciuti hanno sempre un certo fascino...veramente bello!

Stefano ha detto...

eppure io mi ricordo che eri un portierino niente male, intorno alla seconda-terza media!

IL GABBRIO ha detto...

Beh, è una piccola regola tacita: se non sai giocare avanti, vai in porta!
In questo ruolo ho dovuto adattarmi ma, alla fine, non ho mai capito perché avrei dovuto farmi del male sul cemento o sul terriccio compatto per prendere un pallone...col tempo, mi sono evoluto ed ho iniziato a giocare sull'erba sintetica con il dovuto abbigliamento, lì mi sono espresso alla grande!!!
Ma, in tutta onestà, io sto al calcio come Aldo Busi alla figa!

Anonimo ha detto...

Si, probabilmente lo e

Anonimo ha detto...

Perche non:)

Anonimo ha detto...

Si, probabilmente lo e