lunedì 30 luglio 2007

Decimazione

L'idea per questo racconto mi è venuta guardando uno spezzone di 'Uomini contro', di Francesco Rosi, film tratto dal capolavoro di Emilio Lussu 'Un anno sull'altipiano'.

Decimazione”. Disse il capitano dopo aver letto il dispaccio dal comando centrale.
Lo disse con una certa soddisfazione. Il tenente Bandini colse anche un sinistro luccichìo di quegli occhi neri come il petrolio e come questo rapidi a infiammarsi, animati da una mente sadica e crudele che in quei mesi di coabitazione forzata, lassù, su una rocca sperduta tra le Alpi friulane il tenente aveva imparato a conoscere, evitare e soprattutto temere.
“Questa feccia non merita altro!”. Continuò il capitano, salendo di tono di almeno due ottave, la voce tremante dall'eccitazione.
Bandini aveva capito subito che il potere su quell'uomo sortiva effetti devastanti: l'avere nelle mani la vita dei suoi uomini era probabilmente il piacere più grande che quel giovane ufficiale appartenente a una dinastia di alti papaveri delle forze armate piemontesi prima e italiane poi, avesse mai provato.
“Tenente Bandini, riferisca alla truppa, organizzi le operazioni del caso e mandi qualcuno in paese a prendere il prete, voglio che l'esecuzione abbia luogo domani all'alba”. Ed uscì trionfante nella fredda notte alpina, dirigendosi a passo sicuro e spedito verso la sua tenda.
Eseguiti gli ordini, il tenente si sedette su una roccia, e, sorseggiando cognac e fumando, si trattenne a contemplare i monti.
Fumare di notte poteva non essere una bella idea, la brace delle sigarette costituiva un ottimo bersaglio per i fucilieri austriaci, ma lui aveva scoperto un anfratto coperto dal fuoco nemico a poca distanza dalla sua tenda, così poteva fumare senza mettere in bocca la punta rovente della sigaretta, come ormai facevano quasi tutti.
Lassù, a poche decine di metri di distanza, la vetta che aveva causato la terribile situazione in cui tutto il suo reggimento ora si trovava: persa pochi giorni prima, a causa di un attacco in forze degli austriaci, il capitano voleva assolutamente riconquistarla senza attendere l'arrivo dei rinforzi atteso di lì a pochi giorni. L'ultimo delirio di quell'uomo che avrebbe dovuto cedere a breve il comando al maggiore Rossini, in arrivo con due nuovi reggimenti. Aveva ordinato un folle attacco alla baionetta, da compiere scalando una parete di roccia di venti metri, sotto il fuoco di cinque mitragliatrici nemiche.
Bandini aveva sospirato di sollievo quando il capitano aveva indicato le due compagnie incaricate di guidare l'assalto: quella missione folle non sarebbe toccata a lui. I soldati però, spalleggiati dai rispettivi caporioni, avevano rifiutato l'ordine. E adesso dieci di loro, un ufficiale, due sottufficiali e sette soldati semplici, sarebbero morti all'alba per mano dei loro stessi commilitoni.
Una follia, per Bandini.
Ma lui, da semplice tenente, poteva solo eseguire gli ordini. La disapprovazione nell'esercito è una parola priva di senso.
Non riuscì a dormire quella notte. Il pensiero dell'esecuzione imminente lo tormentava, desiderava fare qualcosa ma non sapeva cosa. Il capitano era matto, l'aveva capito subito e per questo, da quando si trovava lassù, aveva sempre tenuto un basso profilo, limitandosi ad eseguire gli ordini del suo diretto superiore senza mai esprimere un parere o anche una semplice sensazione.
Si alzò prima dell'alba: il campo era già in fermento. I membri del plotone d'esecuzione stavano ritirando le armi. Erano quindici, cinque in più dei condannati, perché cinque fucili erano caricati a salve, così che nessuno dei soldati incaricati avesse mai la certezza di avere ucciso un commilitone.
Bandini pensò che questo dettaglio rendeva il tutto ancor più tragico. Ringraziando in cuor suo la Madonna di Loreto per non dover impugnare il moschetto, si chiese se forse, al posto dei soldati incaricati, non avrebbe preferito la certezza del colpo in canna: la certezza di un peccato forse è un peso più sopportabile di un rimorso condito dal dubbio.
Il sole cominciava a illuminare le vette che circondavano il luogo scelto per l'esecuzione, un pianoro a un centinaio di metri dal campo. I dieci condannati erano legati a pali di legno infissi nel terreno, mentre il prete passava davanti a loro assolvendoli dai loro peccati. Piangevano tutti, eccetto Laganò. Lo conosceva bene Bandini, poche settimane prima, durante un'incursione il soldato semplice gli aveva salvato la vita, spingendolo via mentre una granata pioveva a pochi passi da lui. Era un calabrese di Ciminà, Laganò, duro come le rocce della sua terra, che sfidava la morte con la stessa tranquillità con cui a casa sua pascolava le sue capre. Accanto a lui il sergente Molise piangeva in silenzio, guardando fisso davanti a sé, mentre grosse lacrime gli rigavano il viso. Bandini aveva passato molte nottate con lui, bevendo cognac e fumando. Sapeva che aveva una donna che l'aspettava a casa sua, sulla Mainarde. Una giovane e bella contadina di nome Annunziata. Erano promessi sin da bambini, ma si erano visti pochissime volte e mai da soli. Fino a quando, la sera prima della sua partenza per il fronte, il padre di lei gli aveva concesso un ballo, già pensando a chi altri dare in sposa la figlia se quel robusto contadino fosse morto sotto i proiettili nemici. Lei non sapeva leggere, ma Molise le inviava comunque decine di lettere, molto formali, salvo poi nascondere sotto l'affrancatura poche righe ardenti di passione.
Il capitano arrivò in pompa magna, proprio mentre il sole finalmente sbucava dai monti.
Bandini rabbrividì vedendo quell'uomo invasato con il mantello e la sciabola al fianco, la bocca distorta in un ghigno di piacere, che già pregustava il momento in cui avrebbe ordinato il fuoco.
Il capitano prese a camminare lungo la fila dei condannati, guardando con disgusto quella 'feccia' che aveva osato disobbedire ai suoi ordini e adesso piangeva nell'attesa di ricevere la giusta punizione.
Bandini era convinto che, se avesse potuto, avrebbe scuoiato personalmente uno ad uno tutti i dieci condannati.
Si fermò davanti a Laganò. Il calabrese lo guardava fisso negli occhi, lo sguardo del capitano fu il primo a cedere. Un attimo prima che andasse oltre, il soldato sputò, piazzando una grossa palla di muco proprio al centro della divisa immacolata del suo carnefice.
Il capitano avvampò, mettendo mano alla spada, bloccandosi un attimo prima di trafiggere il petto del soldato. Un ultimo sguardo infuocato, che non spostò di un millimetro quei piccoli occhi calabri, e poi prese posizione accanto al plotone.
Fu in quel momento che Molise sorprese tutti.
Con un rapido colpo di reni sfilò il palo cui era legato e cominciò a correre gridando. Bandini rimase immobile, sperando in cuor suo di vedere sparire al più presto l'amico nel bosco che cominciava pochi metri più avanti.
“Sparategli alle gambe!”.
Gridò il capitano infuriato.
Molise correva, piegato sotto il peso del palo cui era ancora legato.
Due colpi lo raggiunsero alla gamba destra, poco sotto il ginocchio.
Una brutta ferita, valutò Bandini, probabilmente sarebbe rimasto zoppo a vita, ma adesso questo era l'ultimo dei problemi del povero sergente.
Italiani che ammazzavano altri italiani, in un momento della guerra in cui ogni singolo uomo era necessario come il pane per rispondere all'offensiva austriaca che minacciava di arrivare fino a Venezia.
Molise fu rimesso al suo posto, stavolta squassato da potenti gutturali singhiozzi, con il dolore alla gamba che rendeva ancora più atroce l'incombenza della morte.
Il capitano cominciò la tiritera dell'esecuzione
“Caricaat!”.
Bandini si sorprese a stringere il pugno sulla sua Glisenti.
“Puntaat!”.
La pistola scivolò fuori dalla fondina senza che lui se ne rendesse conto.
Il “Fuoco” risolutivo non arrivava. Il capitano, con il ghigno ormai cresciuto tanto da deformargli il viso in un'espressione diabolica, contemplava la scena con il petto gonfio di piacere: dieci morituri davanti a lui, appesi alla vita da un filo sottilissimo che lui si apprestava a tagliare.
“Fuoco!”.
Disse nella sua testa Bandini.
La mano eseguì, e il ghigno del capitano esplose come un melone maturo scaraventato sulla roccia.
“Qua oggi non muore più nessuno”.
Disse il tenente riponendo la pistola.
Adesso era lui il più alto in grado, e quello che aveva appena pronunciato era il suo primo ordine da comandante del reggimento.
I soldati lo guardarono basiti, poi uno schiocco ruppe il silenzio irreale: Laganò aveva spezzato il suo palo, liberandosi le mani, e si apprestava a soccorrere il sergente Molise.




Nascita di una passione


Estratto da 'Maggica Roma', pubblicato per Malatempora a novembre 2006. Il libro racconta la mia passione per il calcio e per la Maggica. Qui racconto come tutto è cominciato.

Non era una notte buia e tempestosa, ma una sera abbastanza scura e decisamente fredda, di quel freddo di fine inverno, quando la brutta stagione ormai agonizzante sotto i colpi del sole di quasi/primavera, dà gli ultimi colpi di coda tanto per non farti dimenticare che tra qualche mese sarà di nuovo fuori la tua porta.
Il giardino era chiaramente off–limits per ragioni metereologiche, però io avevo ricollocato il mio stadio personale in salotto, con un divano e lo spazio tra la poltrona e il corridoio come porte, e le linee delle mattonelle a disegnare le aree di rigore. Era tutto perfetto, peccato che il Super Santos fosse bandito in quanto troppo pericoloso per vasi e suppellettili varie, ma la mia palletta di spugna andava più che bene.
Quella sera però, mancavano gli avversari. Anzi, l’avversario: papà. Era incomprensibilmente paralizzato davanti la tv, eppure non poteva non sapere che era l’ora della partita serale. Sapeva benissimo lui, ma quella sera c’era la Roma in Coppa UEFA.
Provai a recuperare la sua attenzione, inizialmente sbigottito, (“ma come è possibile restare immobile a guardare una partita quando hai la possibilità di giocarla tu?” mi chiedevo); poi decisamente contrariato: già erano arrivate due sorelle minori a spogliarmi progressivamente dei miei insindacabili privilegi di figlio maschio e unico, non potevano togliermi anche l’unico diritto che mi era rimasto, la partitella serale appunto.
Poi, un po’ per le suppliche di papà, un po’ perché tutto sommato la partita mi incuriosiva, mi lasciai convincere e mi misi seduto anch’io.
A dir la verità la prima cosa che mi colpì fu il pallone rosso che i giocatori utilizzavano a causa della neve, ricordava il mio Super Santos parcheggiato nello sgabuzzino in attesa della bella stagione.
Cominciò così la mia carriera di tifoso, all’età di sette anni, con una sconfitta per 3–1 in casa della Dinamo Dresda, negli ottavi di finale di Coppa UEFA 88/89.
Al contrario di mio padre, che aveva la tipica aria accigliata da batosta pallonara che poi ho imparato a conoscere così bene, presi la sconfitta con aplomb anglosassone e sportività distaccata, soprattutto perché, come avevo saputo poc’anzi, ci sarebbe stata la partita di ritorno per recuperare. E a Roma sicuramente gliele avremmo suonate.
Anche questa cosa del ritorno mi intrigò non poco, mi ricordava le reiterate rivincite che rendevano le mie partite di allora una cosa infinita. Purtroppo il regolamento UEFA aveva ed ha tuttora altri canoni, e così, al ritorno, o la va o la spacca.
Roma–Dinamo Dresda fu la prima partita che seguii per intero. Perdemmo 2–0, fummo sbattuti fuori dalla Coppa e io, per la prima volta, piansi per una partita di calcio.

Due amici

Il mio primo (e finora ultimo) racconto noir. Lo scrissi due anni e mezzo fa, per partecipare al concorso 'RomaNoir 2005'. Arrivai ottavo su circa 60-70 partecipanti. Ne fui contentissimo, anche se oggi, dopo un anno e mezzo di copywriting e cinque libri, forse lo scriverei in maniera diversa.

Bussai a casa di Luca alle 9 di mattina, dopo una nottata terribile passata in caserma.
Mi aprì la madre, in vestaglia.
“Giulio! Che piacere! Entra dai.”
Erano più di sei mesi che mancavo dalla casa del mio migliore amico, ma tutto mi sembrava estremamente familiare, come era sempre stato.
“Sei qui per Luca vero? Dorme ancora, gli stavo portando il caffè. Ne verso un po’ anche per te e poi glielo porti tu”.
Mi diressi verso la sua stanza con i caffè. Mi fermai davanti la porta. Proprio dove era finita la nostra amicizia.
Sei mesi fa, un mese dopo l’incidente in cui era morta Angelica, la ragazza di Luca. Travolta dal fuoristrada di Mario Iorio, compaesano noto per la predisposizione al bere e il vezzo di vestirsi sempre allo stesso modo: camicia bianca su jeans neri.
Avevo cercato di fargliela pagare, ma, grazie ai suoi appoggi, ne era uscito pulito.
“Ti credevo il mio migliore amico” ringhiò Luca gelido “invece non sei nemmeno riuscito a sbattere in galera l’assassino della mia ragazza. Ci penserò io a fare giustizia” gridò, sbattendomi la porta in faccia. Non l’avevo più visto.
Tornai da lui solo quella mattina, subito dopo aver arrestato Iorio per l’omicidio di sua moglie.
Era stata uccisa tre sere prima. Nel suo letto. Un delitto orrendo, che aveva sconvolto il nostro piccolo paese. Seimila anime nel cuore della campagna laziale.
Tutte le prove erano contro il marito, lui si dichiarava innocente, e io sapevo che aveva ragione.
Non ne avevo parlato con nessuno.
Fino a quel momento.
Entrai nella stanza di Luca.
Era sveglio.
“Che cazzo ci fai qua” buon inizio, credevo mi avrebbe mandato a quel paese.
“Ti ho portato il caffè” risposi.
Bevvi il mio d’un fiato. Lui iniziò a sorseggiare il suo. Non gli era mai piaciuto il caffè bollente.
“Ho arrestato Iorio, stanotte, per l’omicidio della moglie”.
Silenzio.
“Perché l’hai uccisa?” non mi sono mai piaciuti i giri di parole.
Rise.
“Lo sai benissimo.”
“Ma che c’entrava lei?”
“Iorio doveva provare quello che ho provato io. E finire in galera.”
“Quindi ammazzi la moglie. Per di più dopo essertela scopata.”
Rise di nuovo. “Mi hai riconosciuto dal filmino? Nonostante la maschera?”
“Quel neo orrendo sulla pancia.”
“In realtà è stata lei a cercarmi. Era una gran troia. Le piaceva farsi filmare mentre scopavamo. Quella sera mi mascherai - per gioco, le dissi - in realtà per evitare di essere riconoscibile. La ripresi mentre mi faceva un pompino, di spalle, con il suo tatuaggio da zoccola in evidenza, così che fosse identificabile. Due giorni dopo l’ho uccisa.”
“Avevi le chiavi immagino”.
“Ho aspettato che si addormentasse. Voleva vedermi quella sera, il marito era al bar ad ubriacarsi, ma ho inventato una scusa per non lasciare troppe tracce in giro. Indossavo dei guanti, e vestiti e scarpe del marito.
“L’hai sgozzata nel sonno.”
“Mi sono cambiato, attento a non sporcare. Sono andato in soggiorno, ho messo su il video, tre ore dello stesso pompino.”
“Un movente perfetto.”
“Sono uscito. Ho aspettato nascosto in giardino che lui rientrasse, per nascondere il coltello e i vestiti. Poi sono scappato per i campi”.
“Prima di uscire però, hai lasciato il libro sul divano.”
“Per te”. Rispose compiaciuto.
Ci guardammo in silenzio per alcuni minuti.
Poi ci sorridemmo, eravamo tornati amici.
“Beviamo una birra stasera? O sei venuto ad arrestarmi?”
Rideva. Sapeva bene che non l’avrei mai fatto.
“Passo a prenderti alle dieci” risposi uscendo.
Tornando a casa pensai al libro.
La lettera rubata di Edgar Allan Poe. L’avevo prestato a Luca anni fa, e non me l’aveva mai restituito.
Ne era rimasto folgorato.
“Ho trovato finalmente un modo per nascondere le sigarette a mia madre” diceva entusiasta. “Se le metto sotto la sella del mio motorino non le troverà mai, un posto troppo ovvio!”
Avevo riconosciuto subito il mio libro sul divano di casa Iorio. Per me, dopo il video, era una firma inequivocabile: nel bagagliaio del fuoristrada di Iorio c’erano una camicia bianca, dei jeans neri e un coltello, ancora grondanti il sangue della vittima.